Dr. Luca De Ponti
Specialista in Ortopedia e traumatologia
Fondatore dello “ Studio Biomedico di Milano”
1) CICLISMO: POSIZIONE IN SELLA E RAPPORTO PIEDE/PEDALE. UN PLANTARE
TECNOLOGICO

Il ciclismo è da considerare uno sport in evoluzione da un punto di vista tecnico. L’utilizzo di nuovi materiali come l’alluminio ed il carbonio nella costruzione di telai, l’affermazione degli attacchi a sgancio rapido, la realizzazione di scarpe ad alta tecnologia, ha portato al miglioramento del binomio atleta-bicicletta con una più valida integrazione del gesto atletico sul mezzo meccanico.
Alcune limitazioni regolamentari sembrerebbero volte a limitare i rischi legati alla guidabilità del mezzo a scapito della prestatività.

A riguardo della trasmissione della forza espressa dalla gamba sul pedale abbiamo accennato a come sia pressoché diventato universale una tipologia di attacco diretto che ha scalzato le vecchie gabbiette metalliche.
Questa evoluzione ha portato ad una minore dispersione delle forze ma allo stesso tempo un vincolo più rigido con una minor possibilità di compensi allorquando il ciclo della pedalata non è esemplare da un punto di vista biomeccanico.
Più in generale la posizione in sella più attuale privilegia le caratteristiche legate alla forza piuttosto che all’agilità: si può capire allora come il nodo della trasmissione dell’impulso sia da considerarsi il punto di integrazione, una sorta di articolazione artificiale che deve lavorare al meglio.

Questa giunzione il realtà può considerarsi articolata solo con alcune tipologie di attacco che consentono uno scivolamento laterale (look con tacchetta rossa) mentre molte altre tipologie presentano un blocco completo (look con tacchetta nera). Quest’ultima tipologia è quella più diffusa in ciclisti di alto livello e richiede uno studio molto accurato della biomeccanica del singolo atleta tenendo conto di eventuali dimorfismi in intra ed in extra rotazione dell’arto inferiore.
In questa ricerca del miglior equilibrio biomeccanico, anche in relazione all’utilizzo di un attacco fisso è di fondamentale importanza anche il posizionamento del piede all’interno della calzatura: questo ulteriore condizionamento, spesso necessario al fine di ottimizzare tutto il lavoro della catena cinetica dell’arto inferiore, può essere realizzato a mezzo di un’ortesi plantare.

E’ fuori di dubbio che questa variabile può essere di aiuto se inserita ad arte, e soprattutto con delle caratteristiche di ingombro limitato, gestibile allora in sostituzione della soletta estraibile della calzatura.
A differenza di quello che succede nelle discipline atletiche che prevedono la corsa dove vi è la necessità di un controllo del movimento di pronazione del piede, in bicicletta, il piede, rimanendo sempre appoggiato al pedale, può avere problemi di posizionamento rispetto al piano di appoggio.
Il plantare può quindi essere considerato un valido compenso anatomico come interfaccia piede/pedale minimizzando eventuali intrarotazioni tibiali ed aumentando la superficie di appoggio del piede nelle aree di trasmissione della forza.

I plantari ad alta resa funzionale realizzati con i sistemi CAD-CAM soddisfano al meglio queste esigenze: spessori ridotti, plasticità, pesi contenuti, durata nel tempo sono le caratteristiche di realizzazioni moderne dove le tecnologie AMFIT sono quanto di più aggiornato possa esistere oggi.
Le ultime realizzazioni di grezzi a tre densità sono il coronamento di un lavoro di ricerca mirato al campo sportivo dove risultati ed apprezzamenti sono già stati rilevati in modo concorde.

IL CASO CLINICO DI UN CICLISTA:

“ Un problema del ginocchio dovuto al piede”

F.G. ha ventisei anni, va in bicicletta da quattro anni dopo aver giocato a calcio fino alla categoria promozione. Percorre circa settemila chilometri l’anno ed in primavera ha cominciato ad accusare fastidi al ginocchio destro, in corrispondenza della parte esterna. Il fastidio all’inizio compariva prevalentemente durante la prima mezz’ora di esercizio per poi scomparire progressivamente. Poi il dolore ha cominciato a manifestarsi anche a caldo, esacerbandosi in salita, salendo sui pedali.
Il problema è via via peggiorato creando non pochi problemi al nostro atleta e portandolo ad eseguire accertamenti clinici, sotto l’egida del medico curante, dato il perdurare dell’infiammazione.
Eseguite adeguate radiografie ed una Risonanza Magnetica non venivano riscontrate particolari patologie a carico di legamenti e strutture meniscali: il nostro atleta rimaneva così a riposo per un mese eseguendo esercizi di potenziamento muscolare con l’ausilio di un elettrostimolatore.

Alla ripresa dell’attività, nel giro di qualche giorno il problema si ripresentava come in precedenza portando allo sconforto il giovane sportivo.
Una successiva visita specialistica ipotizzava un sovraccarico funzionale in corrispondenza della bendelletta ileo-tibiale. La ricostruzione temporale degli avvenimenti a scatenare la sindrome infiammatoria associava il problema anche al cambio di geometria del telaio nonché all’utilizzo di tacchette fisse.

La sede anatomica dell’infiammazione era la porzione esterna del ginocchio all’altezza della testa peroneale dove trova la sua inserzione distale la fascia lata: il legamento direttamente interessato, la bendelletta ileo-tibiale. In questi casi anche le strutture circostanti possono essere comprese nella situazione infiammatoria come il legamento collaterale esterno del ginocchio.
Un’indagine più approfondita da un punto di vista clinico evidenziava un varismo dell’avampiede a destra di circa 8°, peraltro non presente a sinistra.
L’alterazione anatomica, comunque sempre presente da che l’accrescimento si era stabilizzato, aveva trovato una sorta di “non compenso” in relazione all’aumento dei chilometri percorsi ed all’utilizzo di un telaio al quale F. G. faceva fatica ad adattarsi: non ultimo, l’utilizzo di tacchette fisse portava ad un più difficile adattamento funzionale.

Il problema del nostro atleta è stato risolto in modo completo con l’adozione di un plantare atto a compensare il varismo dell’avampiede ed a limitare di conseguenza l’intrarotazione della tibia rispetto al piano di appoggio del piede sul pedale.
Nella fase di ripresa sono stati abbinati esercizi di stretching per migliorare l’elasticità del compartimento legamentoso esterno del ginocchio e per circa venti giorni, alla ripresa dell’allenamento specifico, è stato consigliato all’atleta l’utilizzo di rapporti agili e di tacchette mobili.

A distanza di qualche mese F. G. riferisce di essere ritornato senza alcun problema alle tacchette fisse, di “sentire” una pedalata migliore e di notare un minor affaticamento generale nelle lunghe distanze.


2) L’ORTESI PLANTARE NEL CALCIO

L’impegno atletico del calciatore moderno è oggi scandito da ritmi di allenamento ed agonistici non indifferenti: i carichi di lavoro costringono a ricuperi veloci ed ogni particolare tecnico-atletico deve essere curato nei dettagli.
Tra questi l’assetto del piede è di fondamentale importanza non solo ai fini della miglior funzionalità dello stesso ma anche per fini posturali che coinvolgono le articolazioni di ginocchio, anca, bacino e schiena.

La necessità, da parte del calciatore, di dover esprimere un gesto tecnico, spesso di tipo balistico, ad alta velocità o comunque in condizioni di equilibrio precario impone la ricerca del miglior assetto monopodalico che può essere garantito ed allenato da una serie di riscontri:
- esercitazioni propriocettive in monopede stazione con piani instabili
- richiami di esercitazioni di potenziamento della muscolatura estrinseca del piede
- utilizzo di calzature idonee in relazione alla tipologia del terreno di gioco
- utilizzo di ortesi plantari a correzione biomeccanica in presenza di dimorfismi legati all’appoggio del piede come piede piatto o piede cavo

Nonostante questi accorgimenti l’articolazione tibio-tarsica del calciatore è comunque un’articolazione a rischio per l’imprevedibilità e l’occasionalità di talune situazioni di gioco che possono stressare oltremodo le strutture legamentose.
Abbiamo accennato al possibile aiuto derivante dall’ottimizzazione dell’appoggio del piede: in un calcio dove la componente atletica si fa sempre più preponderante e dove il calciatore è sempre più podista l’aiuto di un plantare anatomico può regalare stagioni atletiche preservando tendini e legamenti da un eccesso di usura.

Per il problema specifico si è sempre considerata questa ipotesi con un poco di sospetto in relazione all’utilizzo di scarpe tecniche molto avvolgenti: la leggenda vuole che molti atleti usino calzature addirittura di un numero di meno. In realtà questo problema è oggi superabile dalla possibilità di utilizzare plantari anatomici progettati con la tecnologia CAD-CAM a spessore minimo, programmabile fino ad un millimetro.
E’ quindi sufficiente l’aiuto di una soletta estraibile per poter alloggiare un plantare personalizzato dal peso e dall’ingombro assolutamente contenuto.

La realizzazione di ortesi in Etil-vinil-acetato garantiscono anche un effetto antitraumatico soprattutto con l’utilizzo dei grezzi dell’ultima generazione studiati appositamente per un uso sportivo. Questi grezzi possiedono aree a portanza diversa per il miglior controllo del movimento del piede e consentono la sopportazione di un carico massimale anche in condizioni estreme.
L’area anteriore a bassa portanza si rende poi oltremodo utile in relazione a condizioni di terreno duro, dove il trauma metatarsale è frequente in corrispondenza dei tacchetti. Questi ultimi possono trasmettere gli effetti negativi dell’urto sul terreno all’articolazione metatarso- falangea, un punto anatomico molto delicato: spesso la reazione infiammatoria corrisponde ad una borsite reattiva, evitabile con gli accorgimenti sopra descritti.

Se quanto detto vale per il calciatore professionista vale oltremodo per il praticante amatore costretto all’utilizzo di campi non sempre in buone condizioni ed in possesso di una condizione atletica non sempre ottimale. Quando poi la pratica si prolunga alle età degli “anta”, la minor elasticità tendinea e legamentosa può giocare brutti scherzi ed un buon appoggio è da considerarsi un punto di partenza indispensabile.

CASO CLINICO: “ Una metatarsalgia ribelle”

F.A. gioca a calcio “da sempre”, dice di essere nato con il pallone tra i piedi ed a trentaquattro anni frequenta tornei minori dove i campi non sono sempre quei tappeti erbosi che siamo abituati a vedere negli stadi. La carriera di F. A. è sempre stata intensa, e da qualche anno il suo impegno calcistico, anche a causa del lavoro e della famiglia è un poco rallentato: due allenamenti settimanali più la partita.

Da qualche mese il nostro atleta ha cominciato ad accusare fastidi a livello della parte anteriore del piede che sono insorti dopo una partita giocata su di un terreno reso particolarmente duro dal freddo intenso.
Il dolore si fa sentire soprattutto ai primi passi di corsa per diminuire durante l’allenamento e ripresentarsi poi a freddo.

F.A. decide di passare dalle scarpe a sei tacchetti a quelle a tredici e negli allenamenti usa spesso scarpe del tipo per correre: con questo sistema il problema sembra essere temporaneamente risolto anche perché si sottopone ad un ciclo di terapia antinfiammatoria sotto prescrizione del medico curante.
Proprio quando la situazione locale sembra migliorare, ecco la ricaduta: il nostro atleta è costretto a fermarsi completamente: il piede duole al semplice cammino. Dopo adeguati accertamenti radiologici a evidenziare solo una formula metatarsale leggermente alterata per l’eccessiva lunghezza del secondo metatarso, si passa ad un’indagine ecotomografica dove viene refertata una borsite reattiva in corrispondenza dell’articolazione metatarso-falangea del secondo raggio.

Ancora riposo, cure antinfiammatorie ma per la ripresa dell’attività sportiva viene ora consigliato l’utilizzo di un plantare anatomico di sostegno della volta anteriore traversa.
Questo viene realizzato con la tecnologia Amfit, optando per mescole a tre densità. Questo particolare tipo di plantare offre aree a portanza diversa ed è particolarmente indicato nel caso di F.A. dove l’ esame baropodometrico rivela un eccessivo carico ortostatico in corrispondenza del secondo metatarso. L’area intermedia a maggiore portanza offre infatti il miglior sostegno metatarsale garantendo così una protezione anche in concomitanza di sollecitazioni massimali.

Dobbiamo ricordare come, durante la corsa ed il salto, le forze che sollecitano il piede possono essere triplicate o quadruplicate a seconda della velocità dello stesso corpo e quindi il plantare che può essere d’aiuto per il normale cammino può essere carente in relazione all’esercizio fisico: la soluzione proposta per F.A. risponde al meglio alle esigenze sportive presentando peraltro, nella porzione anteriore in contrapposizione al sostegno metatarsale, una bassa portanza a favorire la dispersione delle forze traumatizzanti l’articolazione metatarso-falangea

Con questa sussidio ortopedico F.A. ha ripreso a pieno ritmo l’attività sportiva ed ha potuto apprezzare l’importanza di un miglior assetto del piede, tanto che, sotto consiglio del medico curante ha adottato un’ortesi plantare anche per il normale cammino. Data l’esperienza alle spalle ora gioca esclusivamente con calzature a tredici tacchetti che gli garantiscono un minor trauma da impatto soprattutto sui terreni di gioco più duri.